“Intorno a Leopardi”,il pessimismo filosofico di Giacomo Leopardi spiegato da Friedrich Nietzsche. Di Rosa Frullo

“Io personalmente, infatti conosco troppo poco l’italiano, e sebbene filologo, non sono in generale un linguista la lingua tedesca mi irrita già abbastanza . ”

(Da ” Lettera a Hans vos Bulow” Friedrich Nietzsche )Il giudizio di Nietzsche su Leopardi riflette con prevedibile coerenza l’evoluzione del pensiero nietzscheano . All’epoca in cui ,tra Schopenhauer e Wagner,tra le passeggiate con Burckhardt a Basilea e le visite a Tribschen , Nietzsche coglie la profondità del pessimismo ,allora Leopardi può avere un posto nell’orizzonte del suo pensiero . E non per nulla risale a questo periodo il più congruo e specifico retaggio Leopardiano:la nota parafrasi del “Sabato del villaggio” all’inizio della “Seconda considerazione inattuale”.All’epoca in cui dopo aver lasciato l’ insegnamento e dopo vari anni di vagabondaggio,si porta verso l’ultimo pensiero,quello di un approfondimento antinichilistico, del nichilismo (la famosa ricerca nel nichilismo attivo).Allora Leopardi, insieme a Schopenhauer diventa un cliché del pessimismo come preforma del nichilismo, semplice preparazione quando non cattivo esempio di spregio del corpo in nome dei valori dello spirito. È in quest’ultimo tratto di cammino di Leopardi e di Nietzsche è poco più che una maschera del pensiero ,ridotto com’è la figura del conte onanista,che è poi la norma,questa volta men che liceale, dell’apprendimento leopardiano. La buona domanda sarebbe forse di sapere quanto nella prima fase possa avere effettivamente contatto Leopardi con Nietzsche. Se ,per esempio Nietzsche avesse mai letto ,avesse mai potuto leggere personalmente “Le Operette morali” visto che lo Zibaldone uscì quando Nietzsche non poteva più intenderlo. Alla domanda aiuta in parte a rispondere, il volume” Intorno a Leopardi” che riporta i passi iniziali in cui si menziona Leopardi o in cui luoghi leopardiani emergono nella memoria letteraria di Nietzsche per una prefazione di Cesare Galimberti una postfazione di Gianni Scalia è un bel saggio di Walter Friedrich Otto . Le tappe dell’incontro di Nietzsche con Leopardi si possono forse riassumere così :1) Nietzsche dovette imbattersi in Leopardi filologo per via degli excerpta pubblicati dal De Sinner sul “Rheinisches Museum” nel 1835,come ricorda in aperta Galimberti. 2) Sicuramente agi in lui l’influsso di Schopenhauer, altra lettura del periodo di Bonn e che aveva allargato una certa diffusione europea di Leopardi testimoniata nel saggio famoso di Francesco De Sanctis “Su Leopardi e Schopenhauer”.3) Un momento importante potrebbe essere stato il soggiorno a Basilea e la frequentazione di Burckhardt, sostenitore del pensiero di Schopenhauer e amante della letteratura italiana. Benché Leopardi fosse stato scontento del florilegio sul ” Rheinisches Museum” de Sinner aveva contribuito largamente alla diffusione europea di Leopardi, alla sua azione sta alla base del saggio leopardiano pubblicato da Sainte-Beuve nel 1844 sulla “Revue dea deus mondes”. Quando Burckhardt, ci soccorre l’ Appendice del saggio di Dionisotto ” Fortuna di Leopardi “, che però si concentra piuttosto sulla fortuna inglese e in subordine francese. Sta di fatto che il Burckhardt ebbe come maestro di italiano l’esule Luigi Picchioni, il cui fratello Girolamo aveva pubblicato nel 1844 ha Eton una traduzione latina con note acute importanti dell'” Inno ai patriarchi”.4) Poi certo c’è la conoscenza nel circolo wagneriano, di Hans von Bulow ,traduttore di Leopardi; la lettura delle ” Operette morali”,non tradotte ,con Gersdorff ,che sapeva l’italiano. Ma è significativo che,quando il Bulow gli propose di tradurle ,Nietzsche declinò l’invito con un biglietto eloquente data 2 gennaio 1875. Interessante è il commento di Janz ,per cui questo fatto dell’ignoranza dell’italiano da parte di Nietzsche fu annotato con stupore anche in seguito da Overbeck e dai medici che lo curavano ;dopo gli anni trascorsi sulla riviera le nozioni di francese e di italiano erano rimaste quanto mai scarse. Archiviamo per un momento la questione che suggerisce uno studio sulla fortuna di Leopardi in Germania. Ma registriamo per l’intanto il fatto noto che ancora il de Sinner invio nel 1832 a Leopardi copia di un giornale di Stoccarda “L ‘Hesperus”,dove Friedrich Notter e Ludwig Henschel avevano pubblicato un contributo a Leopardi ” Uber G.Leopardi “, e la traduzione del “Sogno del canto gallo silvestre”. Ottavio Colecchi aveva tradotto in tedesco forse non di suo pugno “L’elogio degli uccelli” in data che Giovanni Gentile non specifica, e ritornando ai rapporti speculativi, il fatto che Nietzsche non conoscesse accettabilmente l’italiano si noti infatti la convenzionalità nei suoi richiami a Dante, oppure al ” Conte di Carmagnola ” di Alessandro Manzoni ,che sarebbe come se qualcuno di noi citasse Nietzsche o Goethe in un tedesco non puro, il fatto che Leopardi divenga una sagoma mobile o una emblema del pensiero riempiendo in piccolo la funzione analoga Schopenhauer ,si richiamano a vicenda e ci suggeriscono l’idea che Leopardi per Nietzsche contasse davvero poco . Di qui per l’appunto la circostanza per cui è saltato dapprima come filologo- poeta contro gli impiegati della filologia,poi come pessimista contro i nuovi credenti ; potesse da ultimo essere biasimato proprio per via del pessimismo collocato nella diafana galleria di un infinito elenco di autori che va da Byron, Musset,Poe, Gogol, Kleist. Con tutto non si vuol diminuire Leopardi. Le circostanze della sua fortuna sono quelle di ogni italiano dopo la crisi che investe la nostra nazione almeno da Metastasio innanzi per seguire la periodizzazione di De Sanctis che peccati ottimismo. Se ancora Rousseau poteva imparare l’italiano per leggere il Tasso (aiutato per questo dalla vicinanza e dalla circostanza di trovarsi a Venezia col compito di raggiungere il re in Francia sulle manovre dell’agonizzante Repubblica) saranno ben pochi gli straniero che nell’Ottocento ne seguiranno l’esempio. Anche l’importante é che secondo una tradizione di diffondere la cultura italiana che coincideva con certo tipo di storicismo e petrarchismo. Poi si aggiunge il culto della poesia latina,l’opera lirica e la pittura. Lo studio di Leopardi che è stato un anello di congiunzione tra presente e passato,doveva distruggere miti e paradigmi sulla storia del genio italiano. Bisognava chiedersi veramente di che sostanza era fatto il pensiero e la poetica di Leopardi quale erano i suoi limiti,i suoi pregi e le sue reali aspirazioni. Ma c’è da dire che il Leopardi non conobbe mai la lingua tedesca almeno ,non la studiò ma profondamente, e al di là degli epigoni letterari ci sono tanti equivoci di fondo, su chi tradusse e chi e stato tradotto. Si veda in ambito limitrofo il vistosissimo equivoco di Leopardi su Emanuel Kant, considerato come un bizzarro boreale, ciò che è segno di un appartenenza ha un arretratezza inimmaginabile nella Francia di Cousin, e che coinvolge tutto il circolo di Leopardi a cominciare dal Giordano e del resto l’epoca in cui il vecchio ma tuttavia estivo Melchiorre Gioia poté dire che :”L’ Italia non si sentiva incantava davanti all’estetica kantiana”. L’eccezione sarebbe forse nel Ranieri che aveva viaggiato , e conosceva il tedesco è che diede notizia dell’opera ” Età del mondo” di Schelling annunciando l’interesse poi tradizionale nella cultura del Regno Borbonico per la Germania, ma quando Leopardi arriva a Napoli giochi sono per lui tutti fatti; culturalmente la sua resta una cultura che tra i moderni e nonostante “il modernismo” degli amici toscani , non si spinge oltre i francesi, di quell’atteggiamento misogallico ,l’idea che l’italiano sia il vero erede della cultura greca e di quella latina, la antiteticità, invece è nei fatti realistica la posizione di Manzoni pronto a buttare via tutto il retaggio classico per avviare una nuova letteratura prosastica alla maniera francese. Nietzsche invece sa bene , e se ne duole ,che la Germania in tanti secoli abbandonando il quale dei” Reich”, eccitato e coi pomelli rossi non ha che da perdere sostituendo ha uno stile imitato l’assenza di stile. Il rapporto con Leopardi è quello con una stele è un cippo come con tutti gli italiani che nei loro costumi rappresenterebbero il perdurare di una memoria dell’Antico come vivacità di spirito ,superstizione ,sentimento ,panico della vita. Che è ciò che d’altra parte induce a fantasticare sulla dieta dei Dogi ,sulla crudeltà dei rinascimentali ,sui costumi fieri;nel tempo il nostro secolo il pregevole discorso di Otto su Leopardi e Nietzsche ripete per l’essenziale con la cauzione del nuovo asse durante gli anni della guerra. Questa prospettiva che delle vie possibili del classicismo degli italiani come eredi di Roma e i germani come i portatori di un nuovo principio che deve amalgamarsi, l’altra essendo notoriamente la squalifica dell’umanesimo ,romano /italiano e la costituzione un ponte privilegiato tra Germania e l’ Ellade. Dopo la crisi italiana le cose stanno così ,ci si può consolare come Gioberti favoleggiando di una filosofia sannitica, etrusca e pelasgica. Più realisticamente ,ma sempre restando nel mito,si può, negoziare la resa con Spaventa ,proponendo l’ingegnosa teoria del circolo per cui la filosofia ,cacciata dall’Italia dai roghi dell’ Inquisizione,ritornerebbe, dopo il lungo soggiorno tedesco,nell’Italia unita e nella Roma senza Papa. Ovvio che Leopardi dovesse puntare sull’ inattuale Ma detto questo la filosofia di Leopardi ,quando per filosofia si intende qualcosa di più che una visione del mondo ,resta un frutto storicamente tardivo ,cioè un fiore nel deserto perché .Alla fine Nietzsche non ne può più di Leopardi perché nonostante la venerazione per L’Antico e per il suo fossile vivente ,Nietzsche ha in mente una filosofia dell’avvenire; progettata in azioni anti politiche ,rivoluzionarie, sconvolgenti, quali sono un tedesco di allora avrebbe potuto pensare ,nulla di simile c’è nel pensiero di Leopardi. E l’altissima irrisione dei nuovi credenti :”S’arma Napoli a gara alla difesa /de’ maccheroni suoi”, esprime con i mezzi di una poesia ancora grande e vera uno sdegno civile che si riferisce a una situazione specifica la nostra. Leopardi non è dunque filosofo perché triste come ho più di Nietzsche o perché precursore di Cioran, ma perché cantore di una provincia spaventosa,e di un’Italia crollata e arresa .Il progetto leopardiano delle operette morali quale è enunciato al Giordani di dare una filosofia gli italiani .Ma si intende che avesse risonanza Europea è allora incompiuto per gli stessi motivi che hanno portato il fallimento di Rosmini e di Gioberti o del Barone Galluppi, le cui protologie e poligonie filosoficamente non sono affatto inferiori all’autore, delle” Operette morali”,la grandezza del pensiero di Leopardi come quella di Montaigne o di Kafka, esorbita dalla filosofia quale la si è intesa da Leibniz innanzi. la grandezza del pensiero di Leopardi e al rischio il primo rischio di un confronto con Nietzsche è dunque quello di riproporre per l’Italia le pratiche delle questioni settecentesche di Stato padre rivoluzione l’ultimo rischio potrebbe essere Allora quello di fare anche di Nietzsche come fu nella prima è più inerme fase della sua ricezione un “Lebensphilosoph” e un moralista; Nietzsche fu mille volte meno di Leopardi come poeta ,ma fu tutt’altra cosa da lui come filosofo, perché la poesia é ancora altra cosa dalla filosofia.

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