Parole come dolci pugnali nel cuore. La poesia di Jolanda Insana.

La poesia Jolanda Insana é una sabbia mobile, un trabocchetto, una giostra. Parole?. Bisogna pur dire che la poesia é fatta di parole e le parole sono spesso già dette per sempre e non ammettono replica. Cosi il ballo delle citazioni, spesso abnorme, viene ostentato con gioioso rancore:la gioia del ritrovamento e della riappropiazione, il rancore di dover cedere, di dover attraversare territori altrui. Lo scopo?. Sarebbe facile arrendersi all’idea dichiarata in un titolo:poesia come “fendenti fonici”, ‘parole come spade. Ma credo che in quel titolo tra i più noti della Jolanda Insana, vi sia uno schermo evidente :puntare sull’effetto per dissimulare la sorgente. Poesia teatrale che suppone o sembra pretendere una voce urlante /recitante quella della Insana è solo in apparenza facile. Basta non lasciarsi lusingare dal suono (colpire dal fendente) per accorgersi della scommessa di fondo, che poi il tentativo di far percepire a lettore (di qui la sabbia mobile) nel magma oscuro dell’ambiguità. L’ambiguità dionisiaca, ubriaca, capace di vilipendere il bagaglio o il trovarobato classicheggiante che sembra ribbolire sul fondo, ambiguità straziata dall’ironia, dall’abile gioco d’invenzione. Così, per paradosso, la poesia della Insana mi piace perché non la capisco, non nel senso che non so darle un significato. Ma nel senso che non so decidermi a dargliene uno e basta , rinchiuderla nello spazio stretto della decifrazione che ogni lettore tenta per sé prima ancora per gli altri. So che rileggendola, mi dimenticherò la lettura precedente, sarò scosso e attratto da qualche altra pista” Scanna parole o gabbalessemi”sarò in sostanza un “altro” lettore , lei Jolanda una voce ancora diversa.

*

Ma chi ti fotte e pensa

troia d’una porca

tutta ingrugnata sulla vita

venni per accettare vita

come m’ha fottuto

il banditore

finta che non si veda

bastó un rovescio di mano

e addio pane e piacere

lo stretto necessario

per campare

per non dare sazio a quella rompina

rompigliona rompiculo d’una morte

la vita se ne và

con gli occhi aperti

faccia di sticchiozuccherato

non aspettarti gioie

da minchiapassoluta

non finiremo mai di fare

sciarra amara

nessun compare ci metterà

la buona parola

tu ti stuti le candele

che io allumo

padella non tinge padella

ma la mia é forata

e cola vita

la vita ha profumo di vita

cosi dolce

che scolla i santi

dalla croce

scippa fracassa

scafazza fracassa

torna e vuole conto

e ragione

la morte

come le santocchie

ama dio e fotte il prossimo

la vita e la morte allato vanno

transuenti per lo stesso portico

comincia il dolcechiaro finisce

amaro oscuro

i piedi reggono esattamente

quanto io ho

levati

non mi fare il solletico

vita bella e affatturata

non avea catene al collo

né debito di coscienza

dopo la sua porcapedàta

non sa più spendersi con chi le pare e piace.

(Da Sciarra Amara /ed. Quaderni della Fenice-1977)

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L’ Eretica/ di Rosa Frullo

Io,

come unica infinita sostanza

Esemplari humanae vitae,

Dio come unica infinita sostanza

L’anima muore insieme al proprio corpo,

in un esangue appassita agonia.

Dal vostro Dio ho ricevuto solo frustate,

insulti alla mia ragione,

e fui calpestata da una folla tumultuosa, infame.

E infine la morte per mia mano,

la liberazione da un Dio che non esiste;

e vestita di bianco andai verso l’ altare /patibolo

sperando,

forse di incontrare lo stesso Dio,

che non é mai venuto da me, e mai verrà.

Odiare come unica speranza,

nel migliore dei mondi possibili,

fatto solo di pregiudizi, dogmi, sospiri,

preghiere, mi toglieva la libertà.

Sono morta giovane,

sono morta invano,

sono morta di perfezione

di una non esistenza.

Les Fleures du Mal /Charles Baudelaire

” Non ho per amante una lionne illustre:

il mio animo presta il suo splendore a una puttana;

invisibile agli sguardi del beffardo mondo

la sua bellezza fiorisce solo nel mio triste cuore.

Ha venduto la sua anima per un paio di scarpe,

ma il buon Dio riderebbe se presso questa infame

sentenziassi da Tartufo e scimmiottassi l’alterigia,

io che vendo il mio pensiero e voglio essere scrittore.

Vizio ancor piú grave, lei porta la parrucca.

La bianca nuca ha perso suoi bei capelli neri,

ma questo non vieta ai baci di sfiorare

con amore la sua fronte piú calva d’ un lebbroso.

È strabica è l’effetto del suo sguardo, oscuro

per le ciglia nere più lunghe di quelle di un angelo,

è tale che tutti gli occhi per i quali ci si danna

non valgono per me che i suoi cerchiati e da giudea.

Ha solo vent’anni, ma i seni giacca cadenti

pendono da ogni parte come lunghe zucche;

tuttavia arrancando ogni notte sul corpo

come un neonato io la poppo e la mordo.

Benché spesso non abbia neanche un soldo

per strigliarsi la carne ungersi le spalle,

la lecco in silenzio con maggior fervore

di quanto la Maddalena in fuoco i piedi al Salvatore.

Povera creatura, ansimante nel piacere

ha tutto il petto gonfio di singhiozzi rauchi,

ed indovino all’eco del respiro cavernoso

che spesso ha mangiato pane d’ospedale.

I suoi grandi occhi inquieti, nella crudele notte ,

credono di vedere altri due occhi in fondo al letto

perché , aperto al primo venuto il proprio cuore,

ha paura senza luce e crede nei fantasmi.

Per questo usa più franchi lei in candele

che un vecchio saggio chino giorno e notte sopra i libri

e teme la fame ed i tormenti ancora meno

dell’apparire dei defunti amanti.

Se la volete, vestita in maniera stravagante,

sgattaiolare all’angolo di una perduta strada,

testa e sguardo bassi come un piccione ch’é ferito,

nei rigagnoli strascinando un piede scalzo,

signori, non vomitate bestemmie e oscenità

sul volto truccato di quella misera impura

che una sera d’inverno la dea della Fame

ha costretto a tirar su la gonna all’aria aperta.

Questa bohéme é per me tutto: la mia ricchezza,

la mia perla, il mio gioiello, la mia regina, la mia duchessa,

colei che m’ha cullato nel grembo vincitore

e che tra le sue mani m’ha riscaldato il cuore. ”

(Poésies de jeunesse /VIII/ Les Fleurs du Mal. Charles Baudelaire)

*

Diceva ancora Baudelaire:”Qui giace chi, avendo amato troppo le puttane, calò ancor giovane nel regno delle talpe”

Per Baudelaire le donne e la prostituzione erano sacre, e contestava la società borghese che le umiliava e le

disprezzava. Alle prostitute bisognerebbe portare i fiori, e mettersi in ginocchio davanti alla loro purezza e

bellezza; sulle loro spalle portano il peso del male del mondo. La loro grandezza stà nel trasformare il sogno in

realtà, anche nel poema di Gilgameś le prostitute sacre nel tempio, figlie della dea Iśtar iniziavano gli uomini alla

vita. Questi sono i sentimenti espressi in questo bellissimo sonetto di Baudelaire, che sa di lussuria, gioia e dolore.

Rosa Frullo e Michele Sovente e il sogno di Atlantide.

Cavas per luces narrant

suas umbras lacus in axe

firmi fragilitatis,saxa
improvviso a pueris proiecta

aquas per circulos movent

et in circulis multitudo

vocis rumpitur imaginum,

per albas vel gilvas

plantas apparent avium

insectorumque solitudo.

(Bradisismo/Michele Sovente)

*

Quante volte ti cercai tra le pagine di Benoit,eroe del nulla.

(Romanzo/ a Pierre Benoit autore del famoso romanzo Atlantide.Da Un mondo da nulla.Noir)

Eros e Intelletto /di Rosa Frullo

Ero io

Sempre qualcosa di concavo, fosse

mare o vulcano, prendevo con la mano l’erba

salutami in viso da chissà, dove ;

quella vita bassa, con le mie lacrime costruiró per un mosaico in fondo al lago

Di Quintia sono la serva e di Lesbia l’essenza.

Maria Grazia Di Gleria e il mondo perduto “Anín a gris”

Andiamo a grilli stasera

fra l’erba e la terra

vicino al Tagliamento.

Andiamo a perderci nel buio

fra sterpi e cielo

senza carnieri né soldi.

Signori di libertà a raccogliere

granelli di vita, e respiri

di aria pulita, e a dormire

di voglia sul letto d’argento

dell’acqua senza paura

di annegare meraviglia di sangue

lontano dalla brina

e dal sudicio dei cimiteri.

Andiamo a stelle stasera

con occhi nudi e musiche

dal caldo fiato

della nostra piccola poesia.

La fraise mal dorée de l’amour/Joyce Mansour

I vizi degli uomini sono di mia competenza, le loro piaghe i miei dolci. Amo strisciare ,biascicare nei loro pensieri più scuri, più spregevoli, perché le loro mostruosità sono la mia bellezza.

*

Mescolo il fiato al sangue del gufo .Il mio cuore corre crescendo con i folli.

*

C’è del sangue sul giallo d’uovo, c’è dell’acqua sulla piaga della luna, c’è dello sperma sul pistillo della rosa .C’è un Dio che in chiesa canta si masturba e s’annoia.

Un mondo da nulla.Noir

Me stesso

E guardo il mondo dal mio anti-inferno

Amandomi infinitamente,ad un passo da me, nel colore arancio di uno stupido vestito.

*

Fragilità

E se mi incontrassi un giorno mi riconosceresti?

Oh soavemente chiusa in un angolo senza il mio amato specchio…e il nulla.

*

Romanzo

Quante volte ti cercai tra le pagine di Benoit eroe da nulla.

(P.Benoit scrittore celebre per il suo romanzo Atlantide)

*

Angoscia madre

Forse avresti voluto di me altre cose.

Il tempo ci é mancato.

Una coccinella nero-bianca,ti girava attorno all’orecchio,

ancora.

I miei occhi non basteranno per piangere, forse perdersi con lo sguardo verso il buio?

*

Per specula aenigmatis

Rosa é sola,

sola per vivere un giorno o morire tra vent’anni,

e si fa i versi pari a una formica.

Ah morire su una sedia,

la mia morte per la tua vita e il sangue per le vene.

Qualcuno mi sorride dalla casa bianca,

e lì nella stanza,dietro la finestra,

qualcuno mi sorride ancora ad di là delle scale.

Lux de luce.

*

Rouge (2002)

Alla dodicesima lettera mi innamorai,

come se fossi un pesce e niente di più,

in riva al mare;

soffocante,

sguizzante, di beatitudini al settimo cielo riparandosi dall’acqua:”Quanto ho sofferto,per un piccolo spasimo, violentemente,impostomi”.

Oh prendimi tra i fianchi prendimi!.

Sometimes,il tuo odore sulla mia pelle.

*

L’oceano

E l’oceano s’apri.

Ah angelo mio perverso,

mi possiede di lui,

sui crocci di in nero nero mare.

*

C’é un momento in cui andiamo verso l’inferno, sciolti da ogni legame con questo immondo Dio del vuoto.Ma per tenere fermo l’ancoraggio bestemmiamo i forti che ne costituisco il destino.

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